| ROBERTO
SAPORITO Da
un articolo di Maria Campitelli apparso su TAXIART
(rivista bimestrale di informazione d’arte - anno
II n. 3 gennaio/febbraio 1992) C’era
una volta la ”struttura” con la vibrazione materica; la riflessione sulla
dimensione ”urbana” con la carta stropicciata dei giornali sotto il
monocromo che tutto accomuna ed omologa. I ”monocromi” di Roberto Saporito
riducevano gli umori della materia dentro la compostezza astratta della forma,
dentro la struttura del rettangolo, preferibilmente oblungo, non aureo.
Un’aspirazione all’assoluto identificabile nell’unita cromatica e nel suo
severo contenimento formale sovrastava il rigurgito che sale dal basso, che
circola nell’universo composito
della città, trasferito nei corrugamenti altrettanto compositi di carta,
acrilico, smalto. Quella frase si è trasformata, potenziandosi in rigore, in
rinuncia, in geometrica ortogonalità. Quasi un processo di decantazione alla
”De Stijl”, se non ci fossero di mezzo i più recenti modelli inespressivi
americani. Ma Roberto Saporito non fa che seguire un’interna evoluzione del
proprio discorso, partito dal silenzio del monocromo, che comprime gli echi del |