MILLELIRE STAMPA ALTERNATIVA®  

Compasso d’oro 1994

Direzione editoriale Marcello Baraghini 

 

  Roberto Saporito

HD

DESERTI E MODERNI VAMPIRI

 copertina

Marcello Baragbini

 

 MILLELIRE

Finito di stampare per conto della Nuovi Equilibri

nel febbraio 1998 dalla Union Printing spa (Viterbo)  

 

 Primo racconto tratto dal libro HD DESERTI E MODERNI VAMPIRI

Shovelhead

La moto è una vecchia Harley Davidson Shovelhead Sturgis del 1982 nera, col motore nero, con la vernice saltata in alcuni punti. È I l’alba e il sole dovrebbe spun­tare da un momento a]l’altro proprio di fronte a me. La strada che sto percorrendo seziona in due immense fette il deserto, piatto, silenzioso, ricoperto da una brulla vegetazione, secca e assetata, con sporadiche macchie verdi, molto scure. Di fronte a me il cielo è passato da un lieve azzurro post-notte a un rosso sanguinante. Cosi, di colpo, senza una fase intermedia, senza i viola, gli arancione e i rosa. Un passaggio brusco, Immediato. Quel rosso uniforme genera un sole ancora più rosso, di un colore impressionante.
Mi sono lasciato alle spalle Los Angeles, il mare, la sabbia, le onde spumeggianti, le tavole da surf, le 
ragazzetuttebionde, i ragazzmuttibiondi, il rumore del traffico, le sirene modulanti, poco allarmanti, che hanno preso il posto degli urli dei gabbiani. Il sole si alza. lentamente in questa alba senza fine, In questo silenzioso Inizio dl giornata. L’aria ha perso il sapore acido tipico dl Los Angeles. Qui è secca, limpida, buona, ancora fresca. il contachilometri segna la mia andatura: sessanta chilometri orari. Un grosso TIR mi sorpassa provocando uno spostamento d’aria che spinge la moto verso destra. il primo automezzo che incontro da chissà quanto tempo. Accelero con un lieve movimento In progressione del polso: settanta, ottanta, novanta, cento. Lo supero. Mi è venuta fame, e sete, e voglia dl pisciare, e voglia di parlare con qualcuno, con chiunque. E poi la moto ha. bisogno dl benzina, questa Harley Davidson ha sempre bisogno dl benzina: col minuscolo serbatoio che si ritrova per forza.
è sempre stato il mio sogno una Harley Davidson nera da. guidare sulle strade della California, con nelle orecchie la musica degli X che cantano Los Angeles. Riporto il contachilometri su sessanta. Una Corvette rossa mi sorpassa con un deciso colpo dl clacson. Guardo quella macchina rossa che si allontana velocemente verso il niente che ho di fronte, guardo nello specchietto retrovisore ma la scena non cambia: lunga strada diritta nel deserto, e come tutte le strade anche questa porta da un posto ad un altro posto, ma io so che uno dei due è Los Angeles, il problema è che non so qual è l’altro. Io ho solo deciso dl partire, il problema è che non ho deciso per dove, ma forse questo non è proprio un problema. Metto la freccia a destra e svolto. Pompa di benzina, fast-food, motel, minuscolo centro commerciale, tattoo in venti minuti, sviluppo foto in un quarto d’ora, lavaggio auto in cinque minuti, pieno dl benzina In tempo reale, balsamo contro la morsicatura dei serpenti. Quest’ultima cosa mi destabilizza un attimo, io ho il terrore dei serpenti, dei ragni, dei topi, degli scarafaggi, dei calabroni, delle api, delle vespe, dl tutto ciò che si muove e non riesco a controllare. Ho paura del dolore, fisico e mentale, della morte e forse anche della vita. Anzi, sicuramente è la vita la cosa che maggiormente mi intimorisce, mi turbano le cose che non riesco a capire, e il senso della vita rimane per ora un concetto impenetrabile, totalmente permeabile ai miei sforzi di comprensione. Blocco la moto di fronte alla caffetteria rimanendo immobile, imbambolato. Scendo dall’Harley, mi sgranchisco le gambe, sorrido alla cameriera che mi osserva divertita da dietro la vetrina del ristorante.
Entro. La cameriera di cu sopra, unmetroessessanta capelli color carota chiara lentiggini dello stesso colore sparpagliate senz’ordine sul viso e sul collo occhi azzurro pallido cielo di settembre bocca equina naso francese, mi sorride In modo cavallino e mi lascia il menù. Sulla targhetta rossa c’è scritto Carol. Si allontana dondolando lentamente il fondoschiena. Guardo fuori dalla vetrina ma oltre a questo agglomerato dl cose eterogenee non c’è nient’altro. Solo la strada e il deserto. Carol ritorna col sorriso di prima, chiede: - Turista?
Sorrido e dico: - Già, turista...
Lei dice qualcosa tipo “non se ne vedono molti da queste parti”.
Guardo verso il deserto e dico: - Già, chissà come mai! Ordino un piatto che sicuramente contiene uova strapazzate, prosciutto, patate (forse bollite) e un palo di altre cose che nel mio vocabolario americano non esistono. Carol chiede: - Da bere?
- Birra -  dico. Lei elenca una ventina di marche diverse. Dico - Corona. - Carol sorride e sparisce. Penso che sarebbe bello aprire una cosa del genere nel bel mezzo di niente in Italia., il problema. è che in Italia spazi liberi, immensi non esistono: è tutto o coltivato o abitato o industrializzato o turisticamente cementizzato. Arriva l’immenso piatto che ho ordinato e una birra Corona. Carol dice: - Buon appetito. - Io dico:  - Grazie.
Carol si allontana, io comincio a mangiare.
Fuori, vicino alla mia moto, si materializza una Harley Davidson amaranto. Lei, perché è una ragazza quella che smonta dalla moto, si toglie gli occhiali scuri e butta lo sguardo alle sue spalle, verso la strada. Sorseggio la Corona e la motociclista entra nel ristorante. Ha i capelli lunghi biondi, il viso affilato, gli occhi verde chiaro. é abbronzata. Si sfila. il giubbotto di jeans e si siede a tre tavoli dal mio, sempre lungo la vetrina con vista su niente. Sotto il. giubbotto indossa una canottiera rosa, con il seno che fa bella mostra di sé tirando il cotone verso l’esterno, un palo di jeans sbiaditi taglia.ti all’altezza delle ginocchia,  sfilacciati. Carol la osserva, poi guarda me. Si avvicina e le porge il menù. Carol riacquista il suo sorriso equino man mano che mi si avvicina. Mentre ritira il mio piatto sospira osservando lei e poi me. Ordino un caffè, cosi, tanto per fare qualcosa. La ragazza della moto mi esamina attentamente per un minuto e poi chiede: - È tua quella Harley li fuori? - Guardo verso l’esterno, anche se so bene che è l’unica moto nel raggio di chissà quanti chilometri, dico: - Si, è la mia.  

-  Favolosa, veramente, è una gran bella moto - dice guardando fuori. Butto l’occhio al di là del vetro e dico:
- Anche la tua -. Lei si volta lentamente verso di me annuendo e sorridendo, ma è un sorriso minuscolo, essenziale, quasi rigoroso, in assoluto contrasto con quello di Carol. Carol si intromette fra noi per prendere le ordinazioni, o forse perché presa da una improvvisa gelosia, o comunque qualcosa del genere. Mi alzo e sparisco nella. toilette. Quando torno al mio tavolo c’è la ragazza della moto. Mi siedo e lei dice: - Io sono Belinda...
- Roberto... - dico osservando Carol che ci scruta con quella che potrebbe benissimo essere gelosia, a me piace comunque pensarlo.
Chiedo: - Sei di queste parti?
- No, sono di New York.
- Sei arrivata fin qui in moto?
- Certo! Cosa c’è di strano.
Annuisco e sorrido. Dice: - E tu, da dove vieni?
- Dall’Italia.
- E sei arrivato fin qui con quell’Harley? - chiede ridendo.
- Si... cioè no, figurati se..:
- Di che anno è? - chiede ancora.
-Del 1982...
Carol arriva con pane tostato, burro e marmellata. Abbandona il tutto bruscamente di fronte a Belinda e mi chiede con gentilezza mielosa se prendo ancora qualcosa.
Ho preso una stanza. in questo motel al limite del non essere, perché il nulla là fuori mi ha riportato alla memoria il nulla che ho studiato all’università, quello insito nella filosofia esistenzialista, dove rappresentava il limite dell’essere inteso come origine della negazione, o almeno questo è quello che ricordo, o penso di ricordare.Questa stanza ha una completa assenza di personalità, l’arredamento è assolutamente ordinario, il letto è ordinario, il comodino, il tavolino, la sedia, l’armadio, il lampadario, la moquette, il bagno, tutto è così sfacciatamente ordinario che ne sono rapito. Esco fuori. La moto è parcheggiata a pochi metri dalla mia stanza. il vento lieve ma inesorabile trasporta pigri cespugli secchi e senza vita. Sembra che io sia l’unico ospite del motel. Belinda, la motociclista, se n’è andata dopo aver scoperto l’anno di nascita della mia moto. Carol ha detto che è il posto ideale per uno scrittore, e su questo sono d’accordo anch’io. Ritorno nella stanza ordinaria, sposto le tende della finestra e faccio entrare un po’ di luce naturale. Dalla finestra si vede la strada con grossi TJR che transitano a intervalli irregolari in entrambe le direzioni. Ogni tanto uno di questi TIR si ferma a far benzina, a mangiare qualcosa, a farsi un tatuaggio, non penso a sviluppare fotografie. Prendo il mio blocchetto di appunti, inforco gli occhiali e comincio a scrivere.
Il sole al tramonto riempie l’intera finestra che ho di fronte. È un fiammeggiare scarlatto che incendia il deserto. Per un attimo mi sento sproporzionatamente solo, ai margini del tempo che mi sono dato per scrivere una storia, per provare non so nemmeno bene a chi, forse solo a me stesso, che ho i numeri per fare lo scrittore. Si già qualcuno dice che i miei racconti sono “favolosi", quasi come la mia Harley Davidson nera, ma quello che voglio è altro. È per questo che ho mollato l’università a due esami dalla laurea. È stata una decisione che nessuno ha capito. Ma se è difficile per me comprendere, cosa possono capire gli altri. Gli altri che hanno cosi tanta fretta, gli altri che non hanno tempo neppure di pensare alla propria vita, come potrebbero pensare alla mia. E per altri intendo veramente tutti, anche quelli che hanno, o avrebbero la presunzione di capirmi. Perché loro non possono lontanamente supporre quello che veramente penso, quello che veramente vorrei dalla vita, o forse sarebbe meglio dire quello che non vorrei dalla vita, purtroppo ho notato che la vita è un’operazione a togliere e non un processo ad aggiungere come avevo ingenuamente pensato io. Comunque per me è vitale scrivere questa storia, questa storia che non ho in mente, ma che so nascerà giorno per giorno, seguendo una strada, un percorso già prefissato, che però non riesco ancora a vedere, un itinerario che si illumina quel tanto al giorno che mi permette di arrivare al traguardo. Lo so perché è già accaduto in passato, accade ogni qualvolta scrivo una storia. Scrivo senza sape
re assolutamente quello che accadrà. Faccio come Sallinger: lui comincia a scrivere senza sapere se il risultato sarà un racconto, un romanzo o chissà cos’altro. In questo modo quello con lo scrivere diventa un luminoso rapporto a due, senza intermediari, senza rigide scalette da seguire, senza i severi orari degli impiegati-scrittori, come se lo scrivere non fosse un atto creativo ma un noioso e ripetitivo atto d’ufficio, un monotono lavoro come tutti gli altri, come se l’arte fosse qualcosa che si può comandare a bacchetta, come se l’ispirazione avesse degli orari o peggio delle scadenze. Guardo il foglio traboccante parole, fitto, quasi ingolfato, stipato di immagini mentali. Guardo il sole che continua a tramontare lento, indolente, quasi pigro, indisturbato, apatico. Carol esce sul portico, di fronte al ristorante. Fuma lentamente una sigaretta. Sembra un’immagine al rallentatore. Il fumo esce molle, allentato, dalla sua bocca cavallina. Osserva il rosso angelico del sole lampeggiante. Si volta verso di me. Da una situazione rallentata è passata all’assoluta mancanza di movimento, solo il tremolio inventato dal calore del sole. Non sono più sicuro che stia guardando me. Lentamente ritorna nel ristorante. Arriva un grosso camion merci. Scende un tipo piccolo, vestito da cow-boy, con tanto di stivali dalla punta di serpente e il cappello a tese larghe marrone. Si ferma a parlare per un attimo con l’addetto alla pompa di benzina e poi sparisce all’interno del ristorante. Arriva un altro camion, questo è blu oltremare scuro, e un altro ancora, verde smeraldo con ampie fiamme gialle. Continuano ad arrivare camion, uno più colorato dell’altro, uno più grande dell’altro: l’unica cosa che li accomuna è che dagli automezzi più grandi scendono i conducenti più piccoli, qualcuno addirittura lillipuziano..

Carol si alza e va alla finestra, tira la tenda. Indossa delle mutandine bianche e nient’altro. Il seno è grande, tendente verso il basso, i capezzoli sono scurissimi a dispetto della pelle molto chiara. Le lentiggini oltre che sul volto sono sparse anche sul seno. Il sole è già alto, di un giallo cromo chiaro. Carol rimane alla finestra. - E il lavoro? - chiedo.
- Oggi è il mio giorno libero -dice senza voltarsi.
Sono a letto, tra le lenzuola un po’ ruvide, nudo. Carol si volta, mi guarda un attimo, si sfila. le mutandine e dice: - Faccio una doccia.
Io non riesco a staccare gli occhi da quel batuffolo di peli color carota chiara, esattamente come i capelli. Ha le cosce grandi, i fianchi abbondanti. Si volta e sculettando sparisce nel bagno. Rimango a letto e osservo i fogli mezzi scritti sul tavolino. Carol esce gocciolante dal bagno e si Infila nel letto, tra le lenzuola. Scendo dal letto e vado in bagno. Mi guardo allo specchio e dico: - L’ultima cosa della quale ho bisogno è di compagnia... - Faccio la doccia, prima caldissima, poi gelata, poi nuovamente bollente. Mi asciugo con un asciuga.mano ruvido del motel. Mi lavo i denti. Carol si è avvolta un lenzuolo in testa, dice: - Devo farti conoscere una persona.
- Che persona? - chiedo Infilandomi i boxer neri.

- Sei uno scrittore no! - afferma.

- Si.. - dico per la prima volta sicuro di me. E già perché è la prima volta che mi presento come uno “scrittore”. Ma in fondo è quello che sono, o per lo meno quello che vorrei essere.
Carol sta dicendo: - …vive nel deserto, da solo, è un artista anche lui... - il che presuppone che io sono un artista, penso guardando il seno enorme di Carol. - ...è un pittore, ed è in gamba per quello che ne posso capire io per questo che vorrei fartelo conoscere, mi piacerebbe avere il tuo parere...
L’asfalto incandescente tremola a distanza. Carol è seduta sopra una coperta indiana: questa moto ha un solo sellino. Indossa questi pantaloncini corti di cotone leggero verde oliva, questa T-shirt lilla e scarpe da ginnastica rosse. Dice: - A quell’incrocio gira a destra.
- L’Harley romba felice. Carol dice: - Svolta a sinistra, si li, in quella strada non asfaltata... -
Penso ai serpenti, agli scorpioni, alle tarantole. è un deserto compatto, con brulla vegetazione grigio tortora.
- ancora lontano? - chiedo. Ma la sua risposta si perde nel vento. Chiedo se ci sono serpenti, lei, immagino sorridendo, dice “certamente”. Comincio a guadare a destra e a sinistra alla ricerca di serpenti, segretamente sperando di non vederne nessuno.
Carol dice: - Guarda là! - Guardo nella direzione che sta indicando lei: c’è un grosso serpente che prende il sole pigramente sopra una roccia.
Da lontano sembra un capannone industriale. Da vici­no “è” un capannone industriale. - Siamo arrivati -dice Carol.

Il vento alza la sabbia in mulinelli sottili. Il sole è alto e caldissimo. Carol scende dalla moto. La seguo. Lei apre una porta e dice: - Jake sono Carol...

Sopra un divano sgangherato c’è questo tizio dall’età imprecisata, tra i trentacinque e i quaranta. Un paio di jeans sdruciti, un maglione di lana giallo a disegni arancioni, senza scarpe né calze, completamente pelato. Occhiali neri. Si alza in piedi, sarà almeno due metri. Mani e piedi enormi. Rimane immobile. Carol si avvicina, lo bacia su una guancia ben rasata e dice:
- Ho portato un amico - e precisa subito - uno scrittore. - Lui allunga un braccio e dice: - Io sono Jake. -Solo che lui allunga il braccio verso destra mentre io sono a sinistra. È cieco. Mi sposto e dico: - Roberto... Ci sono grosse tele dappertutto. Ci sono dei ritratti di Carol nuda. I ritratti sono di un realismo impressionante. Sono un po’ frastornato. Jake come se potesse vedermi dice: - Non sono cieco dalla nascita.., è stato un incidente...
- Era un artista in grande ascesa a New York - afferma Carol sedendosi sul divano sgangherato, obbligando anche Jake a sedersi.
- Ma come fai... intendo a dipingere... cioè quei ritratti di Carol sono così realistici... - dico senza riuscire a coordinare le parole.
- Ha un metodo Infallibile - dice cavallina Carol.
Osservo il pube color carota chiaro della Carol del quadro, il seno abbondante, perfino il sorriso equino. Jake dice: - Uso le mani, le mani sono diventate i miei occhi.
- Carol si alza, apre un vecchio frigorifero, prende tre birre, le stappa e ritorna da noi. - Sei uno scrittore?
- mi domanda Jake. Rimango un attimo incerto, indeciso sulla risposta, dico: - Si, sono uno scrittore.
- Ti piacerebbe vedere come dipingo? - chiede lui.
- Certamente - dico sorridendo, poi penso che lui non mi vede e il sorriso svanisce. Jake si sposta sicuro nel suo ambiente. Si avvicina ad una grande tela sistemata su un cavalletto. Carol si avvicina a Jake e comincia a spogliarsi. Si toglie la T-shirt lilla e appare il suo seno enorme, identico a quello di un quadro appoggiato al muro che raffigura Carol nuda in ginocchio, pallida sopra uno sfondo nero. Si toglie le scarpe da tennis, si sbottona i pantaloncini che si appallottolano ai suoi piedi, si libera delle mutandine. Jake nel frattempo ha preparato colori e pennelli. Chiede:
Sei pronta? - Carol come risposta lo bacia sulle labbra.

La mano sinistra di Jake comincia a toccare i capelli di Carol, .si abbassa sulla fronte, sugli occhi, sul naso, sulla bocca, sul collo, sul seno. Qui indugia sui capezzoli. Carol sospira e chiude gli occhi. Jake comincia a dipingere. Sorseggio un po’ di birra. La mano di Jake scivola sulla pallida pancia di Carol, sui fianchi, e con lentezza esasperante raggiunge i peli color carota chiara. Qui indugia ancora e Carol continua a sospirare. La mano scende alle cosce, alle ginocchia, ai piedi. Jake dice: - Voltati! - Carol ubbidisce. Lui con la mano destra dipinge e con la sinistra “guarda”. La mano di Jake massaggia l’interno del sedere di Carol, passa da un orifizio all’altro. Carol geme.
Siamo sprofondati nel divano sgangherato a  bere l’ennesima birra. Carol si è rimessa addosso solo la T-shirt, dice: - Fa un caldo infernale. - Jake parla di Pollok, de Kooning, Sam Francis, Hothko, Kline. Dice: - Quando vedevo dipingevo le informali immagini della mia mente, oggi ricerco la perfezione della forma più di ogni altra cosa.

Carol dice che si sono conosciuti quando Jake ha comprato questo capannone da suo padre, il padrone del motel.

- Torniamo? - domando a Carol.

- No, io resto qui - risponde lei accarezzando la nuca pelata di Jake.
- Ma come fai a tornare?
- C’è la mia macchina parcheggiata dietro il capannone - dice sorridendo.
- Te la sei scopata anche tu? - chiede Jake guadando fisso di fronte a sé.
- Come? - chiedo con una ruga che mi corre sulla fronte.
- Niente, scherzavo! - afferma lui ridendo.
Sposto lo sguardo su Carol. Lei mi guarda e scrolla le spalle.
- Va bene, allora io vado - dico.
- Adesso che sai la strada vienimi a trovare qualche volta - dice Jake. Annuisco guardando i suoi enormi piedi. Mi alzo e stringo la mano a Jake. Lui dice: -Prendi un’altra birra. - Carol si sposta al frigorifero e prende una bottiglia di Lone Star e me la porge. Mi prende sottobraccio e mi accompagna fuori. Dice: - Ti dispiace? -. - Di cosa? - domando. - Del fatto che non torno con te -. - Perché dovrebbe! - dico - Già, perché - dice e sorride cavallina. Avvio il motore dell’Harley e ricambio il sorriso di Carol. Dallo specchietto retrovisore vedo Carol che saluta con la mano destra. Una folata di vento alza la T-shirt e sotto non porta nulla. Sorrido e sventolo anch’io la mano destra, senza voltarmi. Finita la strada sterrata mi immetto sulla strada asfaltata, quella rovente e tremolante. C’è un coyote morto sul ciglio della strada e un coyote vivo seduto di fianco, come se stesse facendo la guardia, o qualcosa del genere. Per un attimo penso che non ho mai visto un coyote, dal vivo. Rallento. Mi fermo e accosto sulla destra, vicino ad un bidone della spazzatura vuoto. Il coyote vivo si volta verso di me, mi osserva ma non si muove. Scendo dalla moto, prendo una birra da una delle sacche di cuoio, la sorseggio e guardo il coyote. Il coyote vivo sorveglia quello morto e con uno sguardo obliquo ritorna a me. Lancio la bottiglia di birra nei bidone della spazzatura vuoto. Il silenzio modulato del deserto viene rotto da1 fragore del vetro che va in frantumi. Il coyote si alza e rizza le orecchie, gira un paio di volte intorno al coyote morto, zampetta verso di me, mi osserva con la medesima obliquità di prima, è indeciso, ritorna ad accucciarsi vicino al morto.
Passa lentamente una Cadillac convertibile nera e dalla radio i Doors cantano una vecchia canzone. Penso che è la musica giusta per un momento come questo. il sole Inizia la sua lenta discesa. Il coyote non mi considera più. Risa]go in moto, avvio il motore e parto rombando in maniera discreta. Una macchina della polizia mi sorpassa lentamente. Si affianca. L’agente seduto a destra guarda me e la moto con un’espressione neutra, con qualcosa di spento negli occhi azzurri. Sorrido. L’agente di destra annuisce e in accelerazione terminano il sorpasso. Stanno ad una ventina di metri da me. Parlottano per alcuni minuti, poi accelerano e si rimpiccioliscono sempre di più.

 Mi sveglio, sono le quattro del mattino. La finestra è aperta e un camion sta facendo benzina. Mi alzo. Vado in bagno e mi lavo la faccia con acqua gelata. Carol mi ha prestato una macchina da scrivere e dentro c’è un foglio mezzo scritto. Mi Infilo gli occhiali e mi siedo di fronte alla macchina da scrivere.

Carico le borse di cuoio sull’Harley. Guardo un lungo TIR nero che sfreccia sulla strada di fronte a me. Guardo la stanza che sto per lasciare. Entro nella caffetteria. C’è solo un camionista-cowboy che legge il giornale. Carol mi porta una tazza di caffè. Chiede: - Cosa ti porto? -
Niente - dico. Lei si sposta dal cowboy e gli riempie la tazza di caffè. Ritorna e si siede al mio tavolo. Prende la mia tazza e beve un po’ di caffè. Con la tazza a mezz’ala domanda: - Dov’è che vai? -
In Messico, forse... non ho ancora deciso esattamente. -
Vai via per colpa mia? - domanda Carol.
-No... è che non riesco a stare troppo .a lungo in un posto.
Anche se forse ha ragione lei, è colpa sua: io voglio stare da solo, voglio sperimentare la solitudine, la lontananza da tutto e da tutti, il distacco, vorrei cercare la capanna di Kerouac a Big Sur, vorrei essere invisibile per poter spiare il mondo senza essere disturbato, vorrei che Carol si alzasse e se ne andasse senza chiedermi nulla. Carol si alza e porta dell’altro caffè al cowboy. Prendo la tazza ma ormai è vuota. La alzo e la sventolo in direzione di Carol. Il suo sorriso cavallino si distende. Mi riempie la tazza, è indecisa se sedersi o meno, come se avesse letto i miei pensieri, come se questi si materializzassero in un rosso neon rotante sopra la mia testa. - Sei mai stata a Big Sur?
- domando abbozzando un sorriso. Carol si siede e dice: - No, perché?
- Non ha importanza - dico osservando il camionista-cowboy che si alza e se ne va. Lo seguo con lo sguardo finché non sale sul camion. - Sarò mai un personaggio di un tuo libro? - domanda Carol. La guardo sconcertato, poi annuendo comincio a sorridere. Il camion sfila di fronte alla caffetteria facendo vibrare i vetri.
Accendo la moto e Carol dice: - Fa’ buon viaggio - e dopo una impercettibile pausa aggiunge - e ricordati di me nel tuo libro. - Annuisco e sorrido e lei mi accarezza il braccio sinistro. Innesto la marcia e lentamente mi allontano. Non riesco a decidere se andare a nord verso Big Sur, o a sud, verso il Messico. Quando il traffico comincia ad aumentare in progressione costante, mi rendo conto che non sto viaggiando verso Big Sur, ma verso Los Angeles. Ho una bruciante nostalgia del luogo che ho appena lasciato. Guardo le macchine che viaggiano verso Los Angeles e la nostalgia si dilata all’Italia, alla mia piccola città, a mio padre, a mia madre che è morta, a mio fratello, a miei pochi amici, a Giulia, a tutto quello che ho lasciato. Ho nostalgia per il passato, per il presente e perfino per il futuro. Poi però penso che la solitudine che ho me la sono scelta in piena coscienza, anzi l’ho scelta perché tutto quello per il quale ora provo “bruciante” nostalgia l’ho abbandonato perché non lo sopportavo più: non sopportavo più gli amici, mio fratello, mio padre, la morte di mia madre, Giulia e l’ambiente universitario. E comunque  solo grazie alla morte di mia madre se adesso mi posso permettere di vagabondare per la California, grazie al vitalizio che mi ha lasciato. La mia non è nostalgia ma più semplicemente confusione mentale ed esistenziale. Non riuscirò mai a mettere ordine nella mia vita perché l’ordine è l’ultima cosa che sto cercando. La domanda che mi pongo ora è: Ci vuole ordine mentale ed esistenziale per scrivere un libro? La risposta è semplice: No, non ci vuole!

 

Leggi il racconto CHI DORME NON AMA

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