Compasso
d’oro 1994
Direzione
editoriale Marcello
Baraghini
Roberto Saporito
HD
DESERTI E MODERNI VAMPIRI
copertina
Marcello Baragbini
MILLELIRE
Finito
di stampare per conto della Nuovi Equilibri
nel
febbraio 1998 dalla Union Printing spa (Viterbo)
Primo racconto tratto dal libro HD DESERTI E MODERNI VAMPIRI
Shovelhead
La
moto è una vecchia Harley Davidson Shovelhead Sturgis del 1982 nera, col motore
nero, con la vernice saltata in alcuni punti. È I l’alba e il sole dovrebbe
spuntare da un momento a]l’altro proprio di fronte a me. La strada che sto
percorrendo seziona in due immense fette il deserto, piatto, silenzioso,
ricoperto da una brulla vegetazione, secca e assetata, con sporadiche macchie
verdi, molto scure. Di fronte a me il cielo è passato da un lieve azzurro
post-notte a un rosso sanguinante. Cosi, di colpo, senza una fase intermedia,
senza i viola, gli arancione e i rosa. Un passaggio brusco, Immediato. Quel
rosso uniforme genera un sole ancora più rosso, di un colore impressionante.
Mi sono lasciato alle spalle Los Angeles, il mare, la sabbia, le onde
spumeggianti, le tavole da surf, le
è
sempre stato il mio sogno una Harley Davidson nera da. guidare sulle strade
della California, con nelle orecchie la musica degli X che cantano Los
Angeles. Riporto il contachilometri su sessanta. Una Corvette rossa mi
sorpassa con un deciso colpo dl clacson. Guardo quella macchina rossa che si
allontana velocemente verso il niente che ho di fronte, guardo nello specchietto
retrovisore ma la scena non cambia: lunga strada diritta nel deserto, e come
tutte le strade anche questa porta da un posto ad un altro posto, ma io so che
uno dei due è Los Angeles, il problema è che non so qual è l’altro. Io ho
solo deciso dl partire, il problema è che non ho deciso per dove, ma forse
questo non è proprio un problema.
Entro. La cameriera di
cu sopra, unmetroessessanta capelli color carota chiara lentiggini dello stesso
colore sparpagliate senz’ordine sul viso e sul collo occhi azzurro pallido
cielo di settembre bocca equina naso francese, mi sorride In modo cavallino e mi
lascia il menù. Sulla targhetta rossa c’è scritto Carol.
Si allontana dondolando lentamente il fondoschiena. Guardo fuori dalla
vetrina ma oltre a questo agglomerato dl cose eterogenee non c’è
nient’altro. Solo la strada e il deserto. Carol ritorna col sorriso di prima,
chiede: - Turista?
Sorrido e dico: - Già,
turista...
Lei dice qualcosa tipo
“non se ne vedono molti da queste parti”.
Guardo verso il deserto
e dico: - Già, chissà come mai! Ordino un piatto che sicuramente contiene uova
strapazzate, prosciutto, patate (forse bollite) e un palo di altre cose che nel
mio vocabolario americano non esistono. Carol chiede: - Da bere?
- Birra -
dico. Lei elenca una ventina di marche diverse. Dico - Corona. - Carol
sorride e sparisce. Penso che sarebbe bello aprire una cosa del genere nel bel
mezzo di niente in Italia., il problema. è che in Italia spazi liberi, immensi
non esistono: è tutto o coltivato o abitato o industrializzato o turisticamente
cementizzato. Arriva l’immenso piatto che ho ordinato e una birra Corona.
Carol dice: - Buon appetito. - Io dico: -
Grazie.
Carol si allontana, io
comincio a mangiare.
Fuori, vicino alla mia
moto, si materializza una Harley Davidson amaranto. Lei, perché è una ragazza
quella che smonta dalla moto, si toglie gli occhiali scuri e butta lo sguardo
alle sue spalle, verso la strada. Sorseggio la Corona e la motociclista entra
nel ristorante. Ha i capelli lunghi biondi, il viso affilato, gli occhi verde
chiaro. é abbronzata. Si sfila. il
giubbotto di jeans e si siede a tre tavoli dal mio, sempre lungo la vetrina con
vista su niente. Sotto il. giubbotto indossa una canottiera rosa, con il seno
che fa bella mostra di sé tirando il cotone verso l’esterno, un palo di jeans
sbiaditi taglia.ti all’altezza delle ginocchia,
sfilacciati. Carol la osserva, poi guarda me. Si avvicina e le porge il
menù. Carol riacquista il suo sorriso equino man mano che mi si avvicina.
Mentre ritira il mio piatto sospira osservando lei e poi me. Ordino un caffè,
cosi, tanto per fare qualcosa. La ragazza della moto mi esamina attentamente
per un minuto e poi chiede: - È tua quella Harley li fuori? - Guardo verso
l’esterno, anche se so bene che è l’unica moto nel raggio di chissà quanti
chilometri, dico: - Si, è la mia.
- Favolosa, veramente, è una gran bella moto - dice guardando
fuori. Butto l’occhio al di là del vetro e dico: - Anche
la tua -. Lei si volta lentamente verso di me annuendo e sorridendo, ma è un
sorriso minuscolo, essenziale, quasi rigoroso, in assoluto contrasto con quello
di Carol. Carol si intromette fra noi per prendere le ordinazioni, o forse
perché presa da una improvvisa gelosia, o comunque qualcosa del genere. Mi alzo
e sparisco nella. toilette. Quando torno al mio tavolo c’è la ragazza della
moto. Mi siedo e lei dice: - Io sono Belinda...
- Roberto... - dico
osservando Carol che ci scruta con quella che potrebbe benissimo essere gelosia,
a me piace comunque pensarlo.
Chiedo: - Sei di queste
parti?
- No, sono di New York.
- Sei arrivata fin qui
in moto?
- Certo! Cosa c’è di
strano.
Annuisco e sorrido.
Dice: - E tu, da dove vieni?
- Dall’Italia.
- E sei arrivato fin qui
con quell’Harley? - chiede ridendo.
- Si... cioè no,
figurati se..:
- Di che anno è? -
chiede ancora.
-Del 1982...
Carol arriva con pane
tostato, burro e marmellata. Abbandona il tutto bruscamente di fronte a Belinda
e mi chiede con gentilezza mielosa se prendo ancora qualcosa.
Il sole al tramonto riempie l’intera finestra che ho di fronte. È un
fiammeggiare scarlatto che incendia il deserto. Per un attimo mi sento
sproporzionatamente solo, ai margini del tempo che mi sono dato per scrivere
una storia, per provare non so nemmeno bene a chi, forse solo a me stesso, che
ho i numeri per fare lo scrittore. Si già qualcuno dice che i miei racconti
sono “favolosi", quasi come la mia Harley Davidson nera, ma quello che voglio
è altro. È per questo che ho mollato l’università a due esami dalla laurea.
È stata una decisione che nessuno ha capito. Ma se è difficile per me
comprendere, cosa possono capire gli altri. Gli altri che hanno cosi tanta
fretta, gli altri che non hanno tempo neppure di pensare alla propria vita, come
potrebbero pensare alla mia. E per altri intendo veramente tutti, anche quelli
che hanno, o avrebbero la presunzione di capirmi. Perché loro non possono
lontanamente supporre quello che veramente penso, quello che veramente vorrei
dalla vita, o forse sarebbe meglio dire quello che non vorrei dalla vita,
purtroppo
ho notato che la vita è un’operazione a togliere e non un processo ad
aggiungere come avevo ingenuamente pensato io. Comunque per me è vitale
scrivere
questa storia, questa storia che non ho in mente, ma che so nascerà giorno
per giorno, seguendo una strada, un percorso già prefissato, che però non
riesco
ancora a vedere, un itinerario che si illumina quel tanto al giorno che mi
permette di arrivare al traguardo. Lo so perché è già accaduto in passato,
accade ogni qualvolta scrivo una storia. Scrivo senza sapere assolutamente quello che accadrà. Faccio come
Sallinger: lui comincia a scrivere senza sapere se il risultato sarà un
racconto, un romanzo o chissà cos’altro. In questo modo quello con lo
scrivere diventa un luminoso rapporto a due, senza intermediari, senza rigide
scalette da seguire, senza i severi orari degli impiegati-scrittori, come se lo
scrivere non fosse un atto creativo ma un noioso e ripetitivo atto d’ufficio,
un monotono lavoro come tutti gli altri, come se l’arte fosse qualcosa che
si può comandare a bacchetta, come se l’ispirazione avesse degli orari o
peggio delle scadenze. Guardo il foglio traboccante parole, fitto, quasi
ingolfato, stipato di immagini mentali. Guardo il sole che continua a tramontare
lento, indolente, quasi pigro, indisturbato, apatico. Carol esce sul portico,
di fronte al ristorante. Fuma lentamente una sigaretta. Sembra un’immagine
al rallentatore. Il fumo esce molle, allentato, dalla sua bocca cavallina.
Osserva il rosso angelico del sole lampeggiante. Si volta verso di me. Da una
situazione rallentata è passata all’assoluta mancanza di movimento, solo il
tremolio inventato dal calore del sole. Non sono più sicuro che stia guardando
me. Lentamente ritorna nel ristorante. Arriva un grosso camion merci. Scende un
tipo piccolo, vestito da cow-boy, con tanto di stivali dalla punta di serpente
e il cappello a tese larghe marrone. Si ferma a parlare per un attimo con
l’addetto alla pompa di benzina e poi sparisce all’interno del ristorante.
Arriva un altro camion, questo è blu oltremare scuro, e un altro ancora, verde
smeraldo con ampie fiamme gialle. Continuano ad arrivare camion, uno più
colorato dell’altro, uno più grande dell’altro: l’unica cosa che li
accomuna è che dagli automezzi più grandi scendono i conducenti più
piccoli, qualcuno addirittura lillipuziano..
Carol si alza e va alla
finestra, tira la tenda. Indossa delle mutandine bianche e nient’altro. Il
seno è grande, tendente verso il basso, i capezzoli sono scurissimi a
dispetto della pelle molto chiara. Le lentiggini oltre che sul volto sono sparse
anche sul seno. Il sole è già alto, di un giallo cromo chiaro. Carol rimane
alla finestra. - E il lavoro? - chiedo.
- Oggi è il mio giorno
libero -dice senza voltarsi.
Sono a letto, tra le
lenzuola un po’ ruvide, nudo. Carol si volta, mi guarda un attimo, si sfila.
le mutandine e dice: - Faccio una doccia.
Io non riesco a staccare
gli occhi da quel batuffolo di peli color carota chiara, esattamente come i
capelli. Ha le cosce grandi, i fianchi abbondanti. Si volta e sculettando
sparisce nel bagno. Rimango a letto e osservo i fogli mezzi scritti sul
tavolino. Carol esce gocciolante dal bagno e si Infila nel letto, tra le
lenzuola. Scendo dal letto e vado in bagno. Mi guardo allo specchio e dico: -
L’ultima cosa della quale ho bisogno è di compagnia... - Faccio la doccia,
prima caldissima, poi gelata, poi nuovamente bollente. Mi asciugo con un
asciuga.mano ruvido del motel. Mi lavo i denti. Carol si è avvolta un lenzuolo
in testa, dice: - Devo farti conoscere una persona.
- Che persona? - chiedo
Infilandomi i boxer neri.
- Sei
uno scrittore no! - afferma.
- Si.. - dico per la
prima volta sicuro di me. E già perché è la prima volta che mi presento
come uno “scrittore”. Ma in fondo è quello che sono, o per lo meno quello
che vorrei essere.
Carol sta dicendo: -
…vive nel deserto, da solo, è un artista anche lui... - il che presuppone che
io sono un artista, penso guardando il seno enorme di Carol. - ...è un pittore,
ed è in gamba per quello che ne posso capire io per questo che vorrei fartelo
conoscere, mi piacerebbe avere il tuo parere...
L’asfalto
incandescente tremola a distanza. Carol è seduta sopra una coperta indiana:
questa moto ha un solo sellino. Indossa questi pantaloncini corti di cotone
leggero verde oliva, questa T-shirt lilla e scarpe da ginnastica rosse. Dice: -
A quell’incrocio gira a destra.
- L’Harley romba
felice. Carol dice: - Svolta a sinistra, si li, in quella strada non
asfaltata... -
Penso ai serpenti, agli
scorpioni, alle tarantole. è un deserto compatto, con brulla vegetazione grigio
tortora.
- ancora lontano? -
chiedo. Ma la sua risposta si perde nel vento. Chiedo se ci sono serpenti, lei,
immagino sorridendo, dice “certamente”. Comincio a guadare a destra e a
sinistra alla ricerca di serpenti, segretamente sperando di non vederne nessuno.
Carol dice: - Guarda là!
- Guardo nella direzione che sta indicando lei: c’è un grosso serpente che
prende il sole pigramente sopra una roccia.
Da lontano sembra un capannone industriale. Da
vicino “è” un capannone industriale. - Siamo arrivati -dice Carol.
Il vento
alza la sabbia in mulinelli sottili. Il sole è alto e caldissimo. Carol scende
dalla moto. La seguo. Lei apre una porta e dice: - Jake sono Carol...
Sopra un divano
sgangherato c’è questo tizio dall’età imprecisata, tra i trentacinque e i
quaranta. Un paio di jeans sdruciti, un maglione di lana giallo a disegni
arancioni, senza scarpe né calze, completamente pelato. Occhiali neri. Si
alza in piedi, sarà almeno due metri. Mani e piedi enormi. Rimane immobile.
Carol si avvicina, lo bacia su una guancia ben rasata e dice:
- Ho portato un amico -
e precisa subito - uno scrittore. - Lui allunga un braccio e dice: - Io sono
Jake. -Solo che lui allunga il braccio verso destra mentre io sono a sinistra.
È cieco. Mi sposto e dico: - Roberto... Ci sono grosse tele dappertutto. Ci
sono dei ritratti di Carol nuda. I ritratti sono di un realismo impressionante.
Sono un po’ frastornato. Jake come se potesse vedermi dice: - Non sono cieco
dalla nascita.., è stato un incidente...
- Era un artista in
grande ascesa a New York - afferma Carol sedendosi sul divano sgangherato,
obbligando anche Jake a sedersi.
- Ma come fai... intendo
a dipingere... cioè quei ritratti di Carol sono così realistici... - dico
senza riuscire a coordinare le parole.
- Ha un metodo
Infallibile - dice cavallina Carol.
Osservo il pube color
carota chiaro della Carol del quadro, il seno abbondante, perfino il sorriso
equino. Jake dice: - Uso le mani, le mani sono diventate i miei occhi.
- Carol si alza, apre un
vecchio frigorifero, prende tre birre, le stappa e ritorna da noi. - Sei uno
scrittore?
- mi domanda Jake.
Rimango un attimo incerto, indeciso sulla risposta, dico: - Si, sono uno
scrittore.
- Ti piacerebbe vedere
come dipingo? - chiede lui.
- Certamente - dico
sorridendo, poi penso che lui non mi vede e il sorriso svanisce. Jake si sposta
sicuro nel suo ambiente. Si avvicina ad una grande tela sistemata su un
cavalletto. Carol si avvicina a Jake e comincia a spogliarsi. Si toglie la
T-shirt lilla e appare il suo seno enorme, identico a quello di un quadro
appoggiato al muro che raffigura Carol nuda in ginocchio, pallida sopra uno
sfondo nero. Si toglie le scarpe da tennis, si sbottona i pantaloncini che si
appallottolano ai suoi piedi, si libera delle mutandine. Jake nel frattempo ha
preparato colori e pennelli. Chiede:
Sei pronta? - Carol come
risposta lo bacia sulle labbra.
La mano
sinistra di Jake comincia a toccare i capelli di Carol, .si abbassa sulla
fronte, sugli occhi, sul naso, sulla bocca, sul collo, sul seno. Qui indugia sui
capezzoli. Carol sospira e chiude gli occhi. Jake comincia a dipingere.
Sorseggio un po’ di birra. La mano di Jake scivola sulla pallida pancia di
Carol, sui fianchi, e con lentezza esasperante raggiunge i peli color carota
chiara. Qui indugia ancora e Carol continua a sospirare. La mano scende alle
cosce, alle ginocchia, ai piedi. Jake dice: - Voltati! - Carol ubbidisce. Lui
con la mano destra dipinge e con la sinistra “guarda”. La mano di Jake
massaggia l’interno del sedere di Carol, passa da un orifizio all’altro.
Carol geme.
Siamo
sprofondati nel divano sgangherato a bere
l’ennesima birra. Carol si è rimessa addosso solo la T-shirt, dice: - Fa un
caldo infernale. - Jake parla di Pollok, de Kooning, Sam Francis, Hothko, Kline.
Dice: - Quando vedevo dipingevo le informali immagini della mia mente, oggi
ricerco la perfezione della forma più di ogni altra cosa.
Carol dice che si sono
conosciuti quando Jake ha comprato questo capannone da suo padre, il padrone
del motel.
- Torniamo? - domando a Carol.
- No, io resto qui -
risponde lei accarezzando la nuca pelata di Jake.
- Ma come fai a tornare?
- C’è la mia macchina
parcheggiata dietro il capannone - dice sorridendo.
- Te la sei scopata
anche tu? - chiede Jake guadando fisso di fronte a sé.
- Come? - chiedo con una
ruga che mi corre sulla fronte.
- Niente, scherzavo! -
afferma lui ridendo.
Sposto lo sguardo su
Carol. Lei mi guarda e scrolla le spalle.
- Va bene, allora io
vado - dico.
- Adesso che sai la
strada vienimi a trovare qualche volta - dice Jake. Annuisco guardando i suoi
enormi piedi. Mi alzo e stringo la mano a Jake. Lui dice: -Prendi un’altra
birra. - Carol si sposta al frigorifero e prende una bottiglia di Lone Star e me
la porge. Mi prende sottobraccio e mi accompagna fuori. Dice: - Ti dispiace? -.
- Di cosa? - domando. - Del fatto che non torno con te -. - Perché dovrebbe! -
dico - Già, perché - dice e sorride cavallina. Avvio il motore dell’Harley
e ricambio il sorriso di Carol. Dallo specchietto retrovisore vedo Carol che
saluta con la mano destra. Una folata di vento alza la T-shirt e sotto non porta
nulla. Sorrido e sventolo anch’io la mano destra, senza voltarmi. Finita la
strada sterrata mi immetto sulla strada asfaltata, quella rovente e
tremolante. C’è un coyote morto sul ciglio della strada e un coyote vivo
seduto di fianco, come se stesse facendo la guardia, o qualcosa del genere. Per
un attimo penso che non ho mai visto un coyote, dal vivo. Rallento. Mi fermo e
accosto sulla destra, vicino ad un bidone della spazzatura vuoto. Il coyote
vivo si volta verso di me, mi osserva ma non si muove. Scendo dalla moto, prendo
una birra da una delle sacche di cuoio, la sorseggio e guardo il coyote. Il
coyote vivo sorveglia quello morto e con uno sguardo obliquo ritorna a me.
Lancio la bottiglia di birra nei bidone della spazzatura vuoto. Il silenzio
modulato del deserto viene rotto da1 fragore del vetro che va in frantumi. Il
coyote si alza e rizza le orecchie, gira un paio di volte intorno al coyote
morto,
zampetta verso di me, mi osserva con la medesima obliquità di prima, è
indeciso, ritorna ad accucciarsi vicino al morto.
Passa lentamente una
Cadillac convertibile nera e dalla radio i Doors cantano una vecchia canzone.
Penso che è la musica giusta per un momento come questo. il sole Inizia la sua
lenta discesa. Il coyote non mi considera più. Risa]go in moto, avvio il
motore e parto rombando in maniera discreta. Una macchina della polizia mi
sorpassa lentamente. Si affianca. L’agente seduto a destra guarda me e la moto
con un’espressione neutra, con qualcosa di spento negli occhi azzurri.
Sorrido. L’agente di destra annuisce e in accelerazione terminano il
sorpasso. Stanno ad una ventina di metri da me. Parlottano per alcuni minuti,
poi accelerano e si rimpiccioliscono sempre di più.
Mi sveglio, sono le quattro del mattino. La finestra è aperta e un camion sta facendo benzina. Mi alzo. Vado in bagno e mi lavo la faccia con acqua gelata. Carol mi ha prestato una macchina da scrivere e dentro c’è un foglio mezzo scritto. Mi Infilo gli occhiali e mi siedo di fronte alla macchina da scrivere.
Carico le borse di cuoio
sull’Harley. Guardo un lungo TIR nero che sfreccia sulla strada di fronte a me.
Guardo la stanza che sto per lasciare. Entro nella caffetteria. C’è solo
un camionista-cowboy che legge il giornale. Carol mi porta una tazza di caffè.
Chiede: - Cosa ti porto?
Niente - dico. Lei si sposta dal cowboy e gli riempie la tazza di caffè.
Ritorna e si siede al mio tavolo. Prende la mia tazza e beve un po’ di caffè.
Con la tazza a mezz’ala domanda: - Dov’è che vai?
In Messico, forse... non ho ancora deciso esattamente.
Vai via per colpa mia? - domanda Carol.
-No... è che non riesco
a stare troppo .a lungo in un posto.
Anche se forse ha
ragione lei, è colpa sua: io voglio stare da solo, voglio sperimentare la
solitudine, la lontananza da tutto e da tutti, il distacco, vorrei cercare la
capanna di Kerouac a Big Sur, vorrei essere invisibile per poter spiare il
mondo senza essere disturbato, vorrei che Carol si alzasse e se ne andasse
senza chiedermi nulla. Carol si alza e porta dell’altro caffè al cowboy.
Prendo la tazza ma ormai è vuota. La alzo e la sventolo in direzione di Carol.
Il suo sorriso cavallino si distende. Mi riempie la tazza, è indecisa se
sedersi o meno, come se avesse letto i miei pensieri, come se questi si
materializzassero in un rosso neon rotante sopra la mia testa. - Sei mai stata a
Big Sur?
- domando abbozzando un
sorriso. Carol si siede e dice: - No, perché?
- Non ha importanza -
dico osservando il camionista-cowboy che si alza e se ne va. Lo seguo con lo
sguardo finché non sale sul camion. - Sarò mai un personaggio di un tuo
libro? - domanda Carol. La guardo sconcertato, poi annuendo comincio a
sorridere. Il camion sfila di fronte alla caffetteria facendo vibrare i vetri.
Accendo la moto e Carol
dice: - Fa’ buon viaggio - e dopo una impercettibile pausa aggiunge - e
ricordati di me nel tuo libro. - Annuisco e sorrido e lei mi accarezza il
braccio sinistro. Innesto la marcia e lentamente mi allontano. Non riesco a
decidere se andare a nord verso Big Sur, o a sud, verso il Messico. Quando il
traffico comincia ad aumentare in progressione costante, mi rendo conto che non
sto viaggiando verso Big Sur, ma verso Los Angeles. Ho una bruciante nostalgia
del luogo che ho appena lasciato. Guardo le macchine che viaggiano verso Los
Angeles e la nostalgia si dilata all’Italia, alla mia piccola città, a mio
padre, a mia madre che è morta, a mio fratello, a miei pochi amici, a Giulia, a
tutto quello che ho lasciato. Ho nostalgia per il passato, per il presente e
perfino per il futuro. Poi però penso che la solitudine che ho me la sono
scelta in piena coscienza, anzi l’ho scelta perché tutto quello per il quale
ora provo “bruciante” nostalgia l’ho abbandonato perché non lo sopportavo
più: non sopportavo più gli amici, mio fratello, mio padre, la morte di mia
madre, Giulia e l’ambiente universitario. E comunque solo grazie alla
morte di mia madre se adesso mi posso permettere di vagabondare per la
California, grazie al vitalizio che mi ha lasciato. La mia non è nostalgia ma
più semplicemente confusione mentale ed esistenziale. Non riuscirò mai a
mettere ordine nella mia vita perché l’ordine è l’ultima cosa che sto
cercando. La domanda che mi pongo ora è: Ci vuole ordine mentale ed
esistenziale per scrivere un libro? La risposta è semplice: No, non ci vuole!