MILLELIRE STAMPA ALTERNATIVA®
Compasso d’Oro 1994
direzione editoriale: Marcello Baraghini
Roberto Saporito
H-D
Harley-Davidson
racconti
copertina Irene Gentile, Luca M. Conti
MILLELIRE - Pubblicazione
quindicinale, anno IV, n. 9 del 1/5/1996
Direttore responsabile:
Marcello Baraghini
Registraziòne Tribunale di
Viterbo n. 392 del 30marzo 1993.
Stampato per contò della Nuovi
Equilibri’srl
presso la tipogmfia Union
Printing spa (Viterbo) nel mese di marzo 1996:
Distribuzione per le edicole:
C.D.S. Nuova Milano sri, Via
Leoncavallo, 6 - Trezzano sul Naviglio (MI)
INDICE
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CHI
DORME NON
AMA |
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pcg. 5 |
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BARCELLONA |
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pcg. 9 |
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COYOTE |
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pag. 13 |
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FREDDO |
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pag. 18 |
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MESSICO |
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pog. 20 |
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LIZARD |
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pog.
22 |
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HD |
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pag. 25 |
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BLUE MOTEL |
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pag. 27 |
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ON/OF |
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pag. 29 |
—
Ma sei sicuro? — chiedo tentando un sorriso.
Lui mi guarda con quegli occhi liquidi, resi quasi trasparenti dalle medicine e
dalla malattia che l’ha ormai consumato.
—
Certo che sono
sicuro — sorride, sospira lentamente,
chiude gli occhi, sembra con dolore, li riapre —ci sono le chiavi del garage e quelle della moto
—aggiunge indicando il
comodino.
Andrea, dall’altra parte del letto, sospira rumorosa-mente e si avvicina a una delle finestre della stanza d’ospedale. Guardo Marco che, seduto sul davanzale dell’altra finestra, osserva prima me che annuisco a nessuno e poi Davide, che nel suo letto sta per morire.
Davide è morto da due settimane, e adesso io, Marco e Andrea siamo qui, di fronte al suo garage, per fare ciò che gli abbiamo promesso. Apro il garage e nel bel mezzo c’è la moto di Davide, coperta da un telone nero con una grande scritta bianca: Harley-Davidson. Tolgo il telone e sotto c’è il chopper spettacolare: nero opaco, forcelle lunghe e inclinate, sellino singolo bassissimo. Infilo la chiave e la moto di Davide parte al primo colpo. I silenziatori non esistono e il rombo all’interno del garage è assordante. Innesto la prima ed esco fuori lentamente. Marco chiude il garage, sale sulla sua H-D Bad Boy e l’accende. Andrea mi guarda, seduto sul suo Sportster e sorride, prima con gli occhi e poi con la bocca Marco, che mi fa segno di andare avanti, ha un’espressione serena. Parto senza fretta, respirando a pieni polmoni l’aria frizzante di fine primavera. Viaggiamo in fila indiana e senza fermarci Fino a Fontan, in piena Valle Roya. Qui facciamo tappa in un bar che Davide amava: due birre, un lungo panino francese e un altrettanto lungo caffè. mangiamo in silenzio, c’è una strana quiete fra di noi. È evidente la mancanza di Davide, ma c’è la sua moto, e poi stiamo andando a esaudire il suo ultimo desiderio.
Ripartiamo e, rombando pigramente, arriviamo
a Nizza. Attraversiamo la città vecchia, zona pedonale, con il profondo
brontolio delle nostre moto. La gente si gira a guardarci: in fondo qui si
dovrebbe venire solo a piedi. Parcheggiamo le moto ed entriamo in un pub
scoperto da Davide due anni fa. C’è un tipo che suona alla chitarra acustica vecchie
canzoni dei Violent Femmes, dei Velvet Underground, dei R.E.M. Beviamo tre
tequila rapido in fulminea successione. Durante un’esecuzione acustica di Heroes, di David Bowie, ci alziamo e ce
ne andiamo.
È passata da poco la mezzanotte e siamo arrivati al luogo elettivo: un bosco mediterraneo a metà strada fra Cannes e Frejus, alle spalle della costa. E una splendida notte di luna piena. Scendo dalla moto e Andrea sta già montando una piccola paia, di quelle militari, che ha estratto da una delle borse di cuoio consumato. Anche Marco sta montando una piccola pala verde militare. Dalla sacca del chopper di Davide estraggo una bottiglia di Jack Daniel’s. La apro, ne bevo un sorso e passo la bottiglia a Marco. Lui beve un lungo sorso e la passa ad Andrea, che ha già iniziato a scavare. Abbiamo solo due pale e casi ci diamo il cambio. Facciamo tutto in silenzio, con un’onda di pace che ci accarezza la mente, e questo anche per merito del bourbon e delle tequile e delle birre. Il terreno è duro, ma sembra che questa notte nulla sia difficile.
Alle tre, la bottiglia di Jack Daniel’s è finita e la buca pure. Ci guardiamo in faccia l’un l’altro: siamo sudati, sporchi di terra, stanchi, ma nonostante tutto sorridiamo.
Andrea dice:
— Devi farlo tu — rivolto
a me che sono appoggiato alla Harley-Davidson di Davide.
-
Già — ribadisce Marco dal fondo
della fossa.
La buca è scavata in modo che si possa arrivare in fondo con la moto di
Davide senza eccessivi sforzi. La fossa è della misura giusta: non ci sono più di
dieci centimetri a destra e a sinistra, il chopper sta praticamente in piedi
da solo, giusto un pochino inclinato sulla destra. Esco dalla buca con una
sensazione di stritolio alla gola, non riesco quasi a respirare. è come se stessimo seppellendo Davide e non la sua amata HarleyDavidson.
Andrea mi passa una bottiglia di birra Corona, non troppo fredda, ma è la cosa
giusta al momento giusto. Ne bevo metà e gliela ripasso. Marco dice: - è ora di
coprirla.
Annuisco e guardo per l’ultima volta il chopper di Davide, e con un sorriso stanco penso che solo a lui sarebbe potuta venire un’idea simile.
Alle cinque la buca è piena di terra e il cielo, albeggiando, comincia a tingersi di un rosso quasi estivo. Col coltello di Davide intaglio la corteccia del grande albero che sovrasto la moto ormai sepolta: incido le parole Chi dorme non ama, come diceva spesso Davide, nelle notti passate a girare come zanzare impazzite con le nostre moto.